martedì 24 gennaio 2012

Violoncellisti

giovedì, gennaio 05, 2012

Franco Rossi: un Signore musicista

Trent'anni con il mitico Quartetto Italiano e tanti grandi incontri nella musica da camera coronano la splendida carriera di Franco Rossi. A colloquio col Maestro.

Abbiamo ascoltato in pubblico Franco Rossi, per l'ultima volta, nel Sestetto di Brahms; testimonianza - insieme al Quintetto di Schubert - dell'instancabile attività di un musicista che è stato (ma non solo) il violoncellista di quell'irripetibile incontro che si è chiamato Quartetto Italiano. L'incanto di un'esperienza che ha marcato ogni aspetto della vita musicale italiana, è passato nei suoi insegnamenti, nei giovani che gli sono vicini in queste registrazioni. Burbero, di primo acchito, poi ironico e gioviale; veneto e insieme toscano; schivo e meditativo, ma appassionato: ho incontrato in lui quella "critica assidua e tenace, quasi ossessiva" (sono parole sue) che tanto ammirava nel suo amico Paolo Borciani. I ricordi scorrono generosamente.

«Ho iniziato con uno dei primi diplomati alla grande scuola di Serato, Prospero Montecchi; un vecchio violoncellista venuto alla musica per uno strano caso. Era un trovatello di Reggio Emilia e, a quel tempo, il Conservatorio di Bologna sceglieva qualche ragazzo dell'istituto per avviarlo agli studi musicali. In seguito, era stato concertista in Francia. Anch'io sono stato scelto dal caso. Montecchi abitava in un bel Rio di Venezia, nella fondamenta davanti a casa mio. Avevo sette anni e cantavo alla finestra qualcosa di Verdi imparato dai dischi che mio zio ascoltava su un grammofono a tromba. Quando mi sentì, Montecchi venne da mio padre: diceva che avevo un orecchio finissimo e propose che studiassi violoncello. E' andata così. Senza il suo intervento, avrei forse scelto la tromba del grammofono. Oltre a due lezioni settimanali in conservatorio, andavo due volte a casa del vecchio professore - gratis - e ricordo di aver pianto spesso, tale era la sua severità. Nella cura dell'orecchio era inflessibile, e mi rendo conto che aveva ragione: l'orecchio, anche il migliore, va sorvegliato ed educato. Anche i pianisti devono farlo, per sorvegliare l'equilibrio delle voci. Non sempre certi accordi sono opachi per colpa dello strumento, ma perché manca il giusto equilibrio: ci sono tante combinazioni, in un accordo, per far vibrare l'intreccio degli armonici, per cambiare densità e luminosità. Dopo quattro anni, arrivò Luigi Silva, poco più che trentenne. Fu il mio vero maestro, e amico. Mai uno scatto d'ira, l'atmosfera era serena. Mi ha insegnato la razionalità nello studio, la conoscenza delle delle arti, l'amore per la lettura. Era un uomo generoso. Lo seguii a Firenze e, quando nel '39 dovette partire per l'America finii gli studi con Dante Serra, scuola Serato anche lui. Silva continuò alla Juilliard, stimatissimo, e durante le nostre tournées non mancavo mai di incontrarlo, con grande trepidazione. Ho anche seguito i corsi di Bonucci a Siena e a Roma. Ci scelse - noi, del futuro Quartetto Italiano - per il saggio della Chigiana, Debussy, dove il gran successo ci convinse a riunirci quando fossero venuti tempi migliori, dopo la guerra. Prima di fare quartetto ho lavorato nelle migliori orchestre italiane: a Torino, prima di diplomarmi, poi alla Rai di Roma e a Santa Cecilia; infine alla Fenice. Ma non esitavo ad abbandonare questi posti preziosi per correre a suonare nella magnifica Oichestra della Chigiana, dove Antonio Guarnieri teneva il corso di direzione. Lui è stato il mio maestro ideale. Franco Ferrara diceva: "Non un grande: il più grande!". Ci dava l'impressione di levitare, come fosse lui a suonare al posto nostro. Diceva: "Li lascio suonare", e ci assecondava nel nostro respiro naturale. Aveva a che fare con elementi di prim'ordine, e mai li imprigionava col gesto. Seguiva gli strumentini nelle solistiche. Il suono che otteneva dagli archi era un vero mistero; specie nel pianissimi, impalpabili, immateriali. Era la magia del suono, i suoi dischi non ne sono che l'ombra. Lo ricordo dire - con inconsueta gentilezza, quasi con stupore - a un allievo: "Ma come! Tu bastoni la musica?". Il suo gesto non era mai violento, esagitato. Semmai, solenne. Quando alzava le braccia (ma non più di tanto) succedeva il finimondo. Col suo gesto tipico, andava a scavare in basso come a trovare l'appoggio per sollevare l'orchestra, lanciandola in alto all'apice di un fortissimo: un'efficacia trascinante. Era come un rituale che attendevamo per comunicare con lui con la massima intensità. Mi impressionava il magnetismo degli occhi. Parlava poco, e quel poco era essenziale. Si esprimeva in maniera totale col gesto e con gli occhi. Quel gesto era come un rituale. Sono state le 'lezioni' di musica pìù preziose ed esaltanti».

E tra i violoncellisti, a chi ha guardato.
«A Guarnieri! E' una battuta, ma mica tanto. Era un ottimo violoncellista. Era stato primo leggìo dell'orchestra di Toscanini e aveva fatto parte del Quartetto Martucci, col quale aveva studiato composizione. Ho ammirato e amato tanto Casals per la profonda spiritualità e invenzione, e per la sua cultura del suono. Cassadò: un Hidalgo! Mi impressiona, per la grande fantasia, lo spirito dell'improvvisazione, la bellezza poetica del suono che. anche neì virtuosismi, viene assorbito da una tinta un po' scura che evita la brillantezza fine a se stessa, drammatizzandone il colore. E poi, la nobiltà di Fournier, il fascino strumentale di Rostropovich, l'eleganza e singolarità di Tortelier, il pensiero creativo di Mainardi. Con Cassadò abbiamo avuto contatti abbastanza frequenti, quando era a Siena. Si parlava della possibilità di eseguire il Quintetto di Schubert. Anche Fournier ci propose di inciderlo; non fu possibile per via dei contratti con case differenti. Lo eseguimmo, per nostro piacere, in una villa di St. Moritz. Dopo molti anni, l'ho fatto io con il Foné. Il nostro incontro è nato piuttosto spontaneamente. Erano miei allievi da anni, fin dagli inizi. Il terreno su cui lavorare era fertile e lo studio si è svolto senza grandi ostacoli, malgrado la difficoltà dell'opera. Nel primo movimento, e soprattutto nell'Adagio, il Foné ha raggiunto una tensione espressiva rara, struggente. Stemperano il suono sulle note lunghe, ferme, rarefatte nel colore. Creano un clima di staticità che contrasta con la parte implorante del primo violino. L'abbiamo eseguito in molte importanti città, sempre con grande successo. In seguito, li ho mandati dal Tokio e dal Borodin, coi quali hanno collaborato in concerto; mantenendo ottimi contatti, tant'è vero che adesso fanno Schubert con Sadao Harada».

La vostra interpretazione suggerisce a chi ascolta una specie di dilatazione bruckneriana che mi ricorda lo Schubert del Quartetto Italiano.
«Questo tipo di lettura è nato spontaneamente, con libertà espressiva nel rigore. Bisogna rispettare l'evidenza di ciò che è scritto. Ma c'è anche il famoso "botta e risposta" tra Toscanini (leggere le note) e Furtwängler (leggere tra le note). Comunque, col Foné ci siamo subito trovati d'accordo. Solo, ci voleva un giorno in più per inciderlo. Ho qualche dubbio sul tempo un po' lento dello Scherzo. Degli altri movimenti, invece, sono soddisfatto».

Come si pone idealmente la sua esperienza tra Toscanini e Furtwängler?
«In un primo tempo il Quartetto Ita:liano part da una concezione neoclassica, come Michelangeli o il Trio di Trieste. Era dovuta all'esperienza toscaniniana - per la trasparenza del testo - e all'influenza francese, filtrata attraverso Debussy e Ravel. Abbastanza presto, la conoscenza di grandi artisti tedeschi mutò le sue interpretazioni. Vede: lo stile cambia, ed è cosa naturale e inevitabile; ma una certa confusione di stili, oggi, vede prevalere l'aggressività ai danni della nobiltà e dell'espressione. Personalità e comunicativa erano un tempo l'anima degli artisti: oggi si mette in luce (quale luce?) la tecnica; più spesso, la meccanica. Per fortuna, le eccezioni tra i giovani non mancano. Speriamo che ci pensino. Non mi pare, infatti, che certi tempi veloci si adattino alla grande tradizione tedesca, al respiro sinfonico che mi parve di scoprire quando ancora studente ascoltai per la prima volta i Berliner e Furtwängler. Ricordo anni dopo l'incontro con lui, nella sua casa di Salisburgo. Eseguimmo insieme il Quintetto di Brahms, che ci lasciò un segno profondo, consentendoci di entrare con maggior consapevolezza nello spirito del repertorio romantico. Citava al pianoforte anche passi dagli ultimi quartetti di Beethoven, a memoria».

Cambiando lo stile, è cambiato anche l'uso del vibrato?
«Il vibrato è divenuto onnipresente, sempre uguale per ogni compositore. Non basta il bel suono, bisogna saperlo usare dove conviene. Si muove la mano e si produce un bel suono. Ma l'espressione vien da dentro: l'idea deve precedere il suono, non seguire passivamente il movimento della mano. Il vibrato è un mezzo espressivo di grande varietà. Invece, persino nelle grandi orchestre, si è insinuato in modo esagerato anche negli oboi, nei corni inglesi, nei fagotti, a scapito della purezza timbrica. In contrasto alla monotonia di oggi, mi viene in mente Busoni: che varietà timbrica, anche in una sola misura!».

Ha avuto modo di approfondire la ricerca timbrica anche nella sua attività di solista?
«Certamente. Ma non avevo intenzione di fare il solista: solo, eseguire il Concerto di Schumann; un desiderio rimasto inappagato per tanti anni. L'avevo preparato negli ultimi anni di studio. Poi, sopraggiunsero gli impegni di quartetto e Schumann rimase 'Träumerei'. E' indiscutibilmente il più bello tra i concerti per violoncello. Quando, dopo 35 anni di quartetto, ho de ciso di riprenderlo, mi ha attirato il tentativo di individuare un suono specifico schumanniano, diverso da ogni altro autore: i trapassi da momenti di grande poesia, dalla tenerezza dei passi lirici, all'allucinazione. Schumann è esaltante, perché è imprevedibile. Ogni volta, l'interpretazione dipende da innumerevoli fattori: l'orchestra, lo stato d'animo del momento, il direttore. Ha qualcosa di aleatorio: la libertà di scrittura di certi gruppi del primo movimento, quasi ineseguibili a tempo, ci permette di variarne ogni volta nello spazio della misura - lo slancio, lo scatto, l'articolazione; quindi, di mutare lo spirito del particolare. Si può improvvisare l'andamento, si può inventare. Purtroppo, non c'è mai il tempo di preparare il dialogo con l'orchestra nel Finale, con quei passaggi che vanno come folletti e che invece finiscono per risultare un po' teutonici. Prima del Quartetto, avevo suonato con Sergio Lorenzi: un musicista affascinante. Dopo gli anni del Quartetto, il pianista è stato Pier Narciso Masi: la sua grande duttilità e il bellissimo suono espressivo mi stimolavano molto, e suonavamo con grande entusiasmo; e molto successo. Col Quartetto ho avuto la fortuna di conoscere i più grandi pianisti, tra cui Pollini, col quale abbiamo inciso Brahms: un'esecuzione singolare che si distingue da quelle tradizionali. La presenza di Pollini, ha privilegiato l'aspetto sinfonico a quello cameristico, evidenziando l'espressione dinamica. Mi piace l'andamento ampio e meditato del primo movimento; e, sicuramente, Pollini raggiunge l'apice nello Scherzo, per lo slancio e la sua trascinante potenza sonora. Con Horszowski suonavamo spesso anche Brahms - in privato. Gli volevo molto bene e fui felice di farlo invitare a Castagno d'Andrea negli ultimi anni. Si ricorda che Chopin sbalorditivo? L'età non contava nulla, era un grande interprete. Anche la Haskil era una nostra buona amica. A Montredon, vicino a Marsiglia, eravamo ospiti della contessa Pastré. C'era un parco splendido, e tanti musicisti: la Haskil, la Guller; e poi la cantante della 'prima' del Pierrot Lunaire, Marya Freund. Per un mese abbiamo fatto musica ogni sera: i Quartetti di Brahms con pianoforte, qualche Trio. Suonavamo anche al Festival di Aix, che è a due passi, e studiavamo Mozart con De Bavier, clarinettista colto e sensibile, un suono bellissimo. A Aix, Borciani eseguì alcune sonate di Mozart, proprio con la Haskil. una volta mi trovai a mangiare accanto a Louis Jouvet: impressionante, proprio come lo si vedeva a teatro. A una delle serate partecipai, anche, non come musicista ma muovendo le acque di un laghetto, per zittire le ranocchie, mentre la Haskìl suonava sotto una loggia. La incontravamo anche al Festival l'Engandina. Siccome i paesini erano vicinissimi e ogni sera si faceva musica, ognuno andava a sentire gli altri. A un nostro concerto, vennero Fischer e Backhaus insieme. Quel che più mi impressiona, nel ricordo, è l'umiltà e la timidezza di quei grandi. Vennero a salutarci. Erano entusiasti del Quartetto di Verdi, una scrittura cameristica perfetta e difficilissima».

L'avete risolto in maniera insuperabile, come Schubert, Beethoven, Webern; e persino Borodin.
«Insuperabile? Si ricordi dello Schubert del Busch, del loro ultimo Beethoven. Mettiamola così: il loro è insuperabile, e quello del Quartetto Italiano lo lasciamo giudicare agli ascoltatori. In Borodin, poi, ci vuole un certo nobile manierismo che non c'era congenito. Il nostro era fin troppo nobile, troppo classico. Altri, che in quella tradizione sono nati e vissuti, semplicemente si lasciano andare, e lo fanno meravigliosamente, anche se via via risultano un po' stucchevoli. A proposito di Verdi: ricordo che l'abbiamo registrato a Londra su facciate di quattro minuti, a 78 giri. In un sol giorno: bastava un rumore e si ripeteva tutto, senza mai una pausa. La forbice, per questo lavoro, ancora non esisteva. In Webern, giocavamo sul timbro come avevamo fatto - molto tempo prima, e con differente spessore - in Debussy e Ravel. Fin dall'inizio avevamo idee chiare, nostre, sulla varietà timbrica, sulle note ferme.»

Che rapporto ha con i dischi?
«Non li ascolto molto. Non mi sono ancora convinto dei vantaggi del digitale. A volte il suono è così filtrato che non è più naturale, i suoi contorni finiscono per risultare cancellati. Horszowski, della stereofonia, diceva: "Alta Fedeltà? Alto Tradimento!". Penso comunque che il Quartetto Italiano sia stato servito piuttosto bene.»

Adesso Lei insegna alla Scuola di Sesto Fiorentino.
«Da cinque anni, una o due volte al mese, fisso gli incontri a Sesto con i promettenti allievi, già affermatisi in concorsi e concerti: due quartetti ad archi, un quartetto con pianoforte e vari duo di pianoforte e violino, e di pianoforte e violoncello: hanno suonato per Settembre Musica agli Amici della Musica di Firenze, e al Festival delle Nazioni; e in quante altre importanti istituzioni. La sede di Sesto è molto bella, si lavora con serietà e tranquillità. Però, anche i migliori allievi sono pieni di impegni estranei alle loro formazioni. Hanno bisogno di guadagnare. D'altronde, lo stato italiano non prevede nessun aiuto economico per i giovani di talento che vogliano formare un quartetto, come succede in altri paesi. Quando formammo noi il Quartetto, non ci fu più alcuno spazio per altri impegni. Però fu difficile sposare quartetto e insegnamento. Una volta abbiamo perduto un anno di carriera scolastica: eravamo in America e, dal ministero, ci ingiunsero di raggiungere le nostre sedi entro 15 giorni. Naturalmente non fu possibile».

Prima di terminare, vuol parlarmi dei Sestetti di Brahms?
«E' stata la mia ultima esperienza cameristica, prima del ritiro. Eravamo tutti amici: loro, molto giovani (alcuni, miei ex allievi) e già famosi. lo, molto stagionato: e basta. Il rapporto affettuoso durante i periodi di lavoro, in luoghi ameni, lo studio molto approfondito e appassionato con questi giovani, eccellenti musicisti, sempre sereni e scherzosi, tra i quali Mario Brunello, che ora suona sullo splendido strumento che è stato il mio, mi hanno fatto sentire più vivo e sono loro molto grato. Se è vero che il vino vecchio fa buon sangue e che il prosecco giovane dà euforia, penso allora che il risultato possa essere notevole: un'esecuzione sorvegliata nella forma, il suono ricco di colori e meditato. Brahms beveva birra, credo: speriamo che non ci neghi la sua indulgenza».

Purtroppo, mentre ci lasciamo, ci giunge la notizia dolorosa del rogo della Fenice.
«Una notizia che mi sconvolge. Ho trascorso buona parte della mia vita in quel teatro, prima come orchestrale, poi come esecutore di tanti concerti da camera. Lo ho frequentato spesso anche come spettatore, in particolare durante il Festival di musica contemporanea, quando il teatro diventava la mia casa: ora, al posto di quello scrigno prezioso, ricco di storia, è rimasto un buco incenerito per versarvi tutto il dolore e la rabbia».

intervista di Gregorio Nardi ("I Grandi della Musica", n.3, Ermitage)

venerdì 20 gennaio 2012

Italia Itaglia

postato da enzreale | permalink |

Riassunto Italia.
- I "liberali" italiani sono un caso clinico. Prima vedono in Berlusconi l'erede di Einaudi; poi fanno di tutto per farlo cadere, si buttano tra le braccia di Fini e aprono le porte del governo a Vendola; infine si aggrappano a Monti neanche fosse arrivata la Thatcher. Speriamo che si estinguano, non manca molto. Così ripartiamo davvero.
- Berlusconi, eletto, era una ferita sanguinante della democrazia. Monti, non eletto, è il medico che la curerà. In Italia il Presidente dei carri armati spiega che il governo tecnico rientra pienamente nelle regole democratiche, che la dialettica politica è solo sospesa, ma poi riprenderà. E nessuno che alzi la mano e gli faccia una domanda. Bravi tutti.
- Siamo sotto tutela di un governo di salute pubblica, e siamo contentissimi. Il prossimo passo sarà farci dare la lista dei ministri da Berlino o Parigi. E allora sarà l'apoteosi.
- Ma la classe politica non si vergogna? E' stata esautorata, dichiarata ufficialmente incompetente, messa alla porta da un golpe di palazzo, tra gli applausi dei "liberali" che confondono Monti con Reagan, dei socialisti che confondono Monti con Nenni, della stampa che confonde Monti con il Papa (per l'infallibilità). E adesso tutti a votare la fiducia, senza fiatare.
- Quelli che denunciano un giorno sì e l'altro pure la tecnocrazia politico-finanziaria europea come una casta di nominati, che prende decisioni a prescindere e spesso contro la volontà popolare, sono gli stessi che oggi inneggiano al governo dei non eletti capeggiato da Monti. Differenza? Berlusconi.
P.S. Ovviamente il vice-direttore del Post, Christian Rocca, saluta con soddisfazione la nuova tappa. Se il Rocca dell'ultimo anno me lo raccontassero, non ci crederei.

Eterna Itaglia

pecorino (sgamuffo) finiano Venerdì, 20 Gennaio 2012

L'italietta e De Falco

C'è una strana italietta che "fa le pulci" a De Falco che, in sostanza, lo accusa di facile autoritarismo.
E' un'italietta bipartizan, fatta di ultra-destra e di parte della sinistra.
Ho cercato di estrapolare quale, secondo quest'italietta, sarebbe stato il giusto comportamento di De Falco.
In ordine di semplicità:
(Versione di ultra-destra) De Falco per essere credibile doveva salire sul primo elicottero dei parà di Livorno, farsi paracadutare sulla nave, immergersi nella sala macchine per trovare l'eroico caduto al quale erigere il doveroso monumento, risalire sul ponte, far evacuare la nave in rigoroso ordine bambini/donne/anziani, giustiziare tutti i maschi adulti che si rifiutavano di farsela a nuoto, ordinare a Schettino di tornare sulla nave per l'onore dell'Italia Fassista, al termine minare la Concordia per autoaffondarlo e perire con essa.
(Versione di sinistra) De Falco doveva, alzarsi dalla poltrona, ma anche no, incollarvicisi, sedersi su uno sgabello, togliersi la giacca e rimanere in camicia con le maniche arrotolate il colletto sbottonato e la cravatta allentata e dire "Schettino, io le intimo di tornare a bordo, non glielo ordino, per l'Italia che lavora, che si alza presto al mattino, che non ce la fa ma va avanti lo stesso, per l'epica della Resistenza e delle lotte dei lavoratori. Schettino che fa? Il borghese piccolo piccolo? Mi fa una spaccatura nell'Unità delle classi proletarie idealmente riunite su quella nave? Salga a bordo, organo genitale di qualsiasi genere perchè la sinistra non conosce genere che quello umano. Salga a Bordo per una nuova narraffione di questa vicenda".
C'è anche da dire che il De Falco di sinistra sarebbe arrivata a questo comportamento dopo un congresso lunghissimo e quindi Schettino stava già alle Maldive...

mercoledì 18 gennaio 2012

Vita perduta o vita vissuta?

Christopher McCandless
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Christopher Johnson McCandless, conosciuto anche come Alexander Supertramp (12 febbraio 1968 – 18 agosto 1992) è stato un viaggiatore statunitense morto di fame e di stenti a 24 anni nei pressi del Parco nazionale di Denali, in Alaska.
Viaggiò per due anni negli Stati Uniti e nel Messico del nord, fino a raggiungere l'Alaska, da solo, con poco cibo ed equipaggiamento (nemmeno una bussola o una mappa). Jon Krakauer nel 1996 ha scritto un libro sulla sua vita, Nelle terre estreme (Into the Wild), che ha ispirato il film Into the Wild - Nelle terre selvagge diretto da Sean Penn e interpretato da Emile Hirsch. Sempre nel 2007 la storia di McCandless è stata il soggetto del documentario The Call of the Wild diretto da Ron Lamothe.
Indice  [nascondi] 
1 Vita
2 Il libro e il film
3 Lettera di Christopher McCandless a Ronald Franz
4 Note
5 Altri progetti
6 Collegamenti esterni
Vita [modifica]

« Ho vissuto una vita felice, e ringrazio il Signore. Addio, e possa Dio benedirvi tutti. »
(Scritta lasciata da McCandless all'interno del Magic Bus.)
« C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo[1] »
Nasce il 12 febbraio dell'anno 1968 nel Sud della California, da Walt McCandless, un dipendente della NASA, e Wilhelmina Johnson, un'impiegata. Dopo sei anni a El Segundo, la famiglia si sposta in Virginia. Nel 1990 si laurea con una media voto molto alta all'Università Emory, ottenendo una specializzazione in Storia e Antropologia. Benestante di famiglia, decise di attraversare l'Ovest Americano da solo, dopo aver donato i suoi 24.000 dollari di risparmi alla Oxfam.[2]
Intraprese inizialmente il suo viaggio con la sua vecchia auto, una Datsun gialla B210 del 1982, un acquisto dell'ultimo anno di liceo con cui Chris amava viaggiare durante le vacanze scolastiche. La Datsun fu in seguito ritrovata da un gruppo di ricercatori di fiori rari nel deserto del Mojave: all'interno Mccandless aveva abbandonato una chitarra Gianini, un pallone da football, un sacchetto di immondizia pieno di vecchi indumenti, una canna da pesca, 10 kg di riso, un rasoio elettrico nuovo, un'armonica a bocca, i cavi della batteria e le chiavi. Il ragazzo abbandonò il proprio mezzo a causa di un'inondazione proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato, che bagnò il motore rendendo l'automobile inutilizzabile. Prima di lasciare la sua auto bruciò i propri risparmi e si liberò di ogni prova della sua identità, gettando via anche la targa dell'auto. Proseguì quindi a piedi facendo autostop, girovagando tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale. Trascorse gli ultimi 112 giorni della sua vita nei boschi dell'Alaska, nel parco nazionale di Denali, avendo come unico rifugio un vecchio autobus abbandonato, da lui chiamato Magic Bus (Bus magico, attualmente meta di pellegrinaggio da parte di coloro che sono rimasti affascinati dalla sua storia). Per un certo periodo, Chris riuscì a sopravvivere con l'ausilio di pochi strumenti: un fucile Remington calibro 22, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo, e altri semplici oggetti da campo. Fu ritrovato morto all'interno dell'autobus, nell'agosto del 1992, da due cacciatori che ne scoprirono il corpo a due settimane dal decesso. Ufficialmente è morto di fame (al momento del ritrovamento il cadavere pesava circa 30 kg), ma altre possibili cause sono il freddo e l'aver accidentalmente ingerito alcune piante velenose. Nel vecchio autobus, accanto al cadavere, furono ritrovati numerosi appunti da lui scritti, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, una borraccia di plastica verde, alcune pastiglie per purificare l'acqua, un paio di pantaloni imbottiti, guantoni di lana, una bottiglia di repellente per gli insetti, un cilindro consumato di burrocacao, una scatola di fiammiferi, un paio di stivali in plastica marrone e alcuni libri di autori quali Lev Tolstoj, Jack London e Henry David Thoreau.
Il libro e il film [modifica]

Nelle terre estreme, il libro sulla sua vita scritto da Jon Krakauer e pubblicato nel 1996, si basa sui suoi viaggi e sui racconti di tutti coloro che conobbero Chris durante il suo lungo viaggio solitario durato due anni. Di particolare importanza il racconto di un anziano (che nel libro viene nominato tramite pseudonimo) il quale, ottantenne, conobbe Chris e lo ospitò alcune settimane nella sua casa. Il legame tra i due fu così forte che l'anziano in seguito vendette la sua casa, comprò una roulotte e cominciò a viaggiare per l'America occidentale. Fu di grande importanza anche l'incontro con Jan Burres e il compagno Bob, due "vagabondi gommati" (coloro che girano il mondo accompagnati da un mezzo di trasporto) che accolgono Chris, insegnandogli regole per la sopravvivenza in Alaska. Tale libro ha ispirato il film del 2007 Into the Wild - Nelle terre selvagge diretto da Sean Penn e interpretato da Emile Hirsch, nel quale però non sono presenti molte scene del libro. Il regista Sean Penn ha dovuto aspettare 10 anni per poter girare il film, perché la famiglia di Christopher era restia nel portare nelle sale cinematografiche la storia del loro figlio.
Lettera di Christopher McCandless a Ronald Franz [modifica]

"Ron, apprezzo sinceramente l’aiuto che mi hai dato e i momenti che abbiamo trascorso insieme. Spero che la nostra separazione non ti abbia depresso troppo. Potrebbe passare molto tempo prima di rivederci ma, ammesso che io superi l’affare Alaska tutto d’un pezzo, riceverai di sicuro mie notizie. Vorrei ripeterti solo il consiglio che già ti diedi in passato, ovvero che secondo me dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai avresti pensato di fare o che mai hai osato. C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà non esiste niente di più devastante che un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. Se vuoi avere di più dalla vita, Ron, devi liberarti della tua inclinazione alla sicurezza monotona e adottare uno stile più movimentato che al principio ti sembrerà folle, ma non appena ti ci sarai abituato ne assaporerai il pieno significato e l'incredibile bellezza. Ti sbagli se credi che la gioia derivi soltanto o principalmente dalle relazioni umane. Il Signore l'ha disposta intorno a noi e in tutto ciò che possiamo sperimentare. Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale. La mia opinione è che non hai bisogno né di me né di nessun altro per portare questa gioia nella tua vita. È semplicemente lì che ti aspetta, che aspetta di essere afferrata, e tutto quello che devi fare è tendere la mano per prenderla. Spero davvero, Ron, che non appena ti sarà possibile, lascerai Salton City, attaccherai una roulotte al camion e comincerai a goderti il grande lavoro che il Signore ha compiuto nell’ovest americano, vedrai cose, conoscerai gente, e ti insegneranno molto. Dovrai farlo in regime d’economia, niente motel, preparati da mangiare da solo e, come regola generale, spendi il meno possibile, perché così ti ritroverai ad apprezzare immensamente ogni cosa. Spero che la prossima volta che ti vedrò sarai un uomo con una sfilza di nuove esperienze e avventure alle spalle. Non esitare o indugiare in scuse. Prendi e vai. Sarai felice di averlo fatto. Riguardati. Alex."

^ lettera spedita a Ronald A. Franz

lunedì 16 gennaio 2012

Free Maikel!

About/عن الحملة
https://www.facebook.com/FreeMaikelNabil
http://twitter.com/freeMaikel
http://www.youtube.com/user/freeMaikel
The activist, the first Egyptian conscientious objector and the first political prisoner of conscience after the beginning of 25 January revolution, “Maikel Nabil Sanad”, has been arrested in 28 March, 2011 at night from his home. He has been militarily tried.
Maikel has been moved to the military court immediately and he didn’t even have a chance to inform his family or friends.
He was only able to call his brother secretly by a phone of a recruit and told him that he he was going to be tried after a few hours and he doesn’t know what exactly is he accused of.
Friends of Maikel telephoned “El-Nadeem Center for Torture Victims Rehabilitation” to send him a lawyer. The lawyer was told that Maikel isn’t there and they don’t know anything about that name. Later the activists and relatives knew that it was a deceit attempt from the Military Court.

Maikel is a pacifist political activist and a blogger who founded “No for Compulsory Military Recruitment Movement” and he wrote later an article to bring the military mask off and show how it is involved in torturing activists and protesters as well as making virginity tests for female protesters, in which a military ruler in Egypt admitted and promised Amnesty International not to do it again.

Maikel was sentenced for three years in prison with hard labor and maximum security for the charge of insulting the military institution, as well as the charge of publishing false information about the army. The sentence was issued after deceiving the lawyer, the activists and relatives that the trial was postponed two days later. The proof for the charges was from the article he wrote. Maikel didn’t insult the Minister of Defense, Tantawi, he only criticized his political role. Maikel wrote about factual incidents made by the army.

Maikel was later moved from the Military Prison to El-Marg prison at Qalyubia. He is being harassed by many means inside the prison. He is abandoned his right to be examined by a doctor, while he’s in great need for examination because of his weak health and a chronic illness in his blood pressure which affects his heart.

Food provided by prison is very limited and very bad, so his brother has to buy him food on a regular basis and carries it with him each time he manages to visit Maikel.

Maikel’s belongings were stolen from him in prison, his food was destroyed by who work inside prison. Maikel was forced to be locked with serious criminals in a disciplinary ward where terrorists are held. Prisoners there threatened him many times. After making a hunger and a medicine strike, he was later moved to solitary confinement. In the end, he was allowed to be moved to the “public money” ward, locked with less serious criminals. People in charge of the prison warn other prisoners from talking with Maikel, or else they would be punished, making Maikel feel abandoned most of the time.

In El-Marg prison, there exist systematic insults and torturing by the people in charge in prison, adding up to some prisoners’ danger.

Maikel is denied his right to buy newspapers from within prison. Letters sent to him are read by people in charge of prison and almost never given to him. The only way Maikel could know what’s happening in the world is by the limited newspapers which his brother buys for him, giving him them whenever he manages to visit him. Maikel also often asks his brother to get him books. Most of the times, Maikel is prevented from receiving books or newspapers from his brother.

Despite his countless requests, his friends and relatives’ demands, Maikel is always denied the right to be examined by a doctor.
In a visit to Maikel by his family and friends in July, they learned that his body is full of allergies because of mites in prison where he sleeps and dirty water in which he showers. Also, Maikel seemed to be extremely fatigued.

After the 18 day-protest from 25 January which led Mubarak to step-down, the prisons allowed prisoners who didn’t flee to have weekly visits, instead of one visit per two weeks. That was being applied to all new prisoners. Maikel was later prevented from having one visit per week and instead one visit per two weeks, for no reason. His visitors weren’t even warned or informed and they once tried to visit him, only to be surprised after hours of interrogation that they are prevented and that Maikel visits have become limited to once per two weeks.
Maikel knew that he may be transferred to a farther prison leading to disallowing him from having visitors.

The Military Court prevented Maikel from making an appeal, by claiming that they didn’t receive the announcement from prison for almost a month wasting Maikel’s chance for an appeal in a period of no longer than 60 days after the ratification of the ruling. The Military Court asked his brother to get the announcement from prison while the prison was commanded by the Military Court not to give the announcement to him. After activists announced making a stand-in in front of El-Marg prison, the Military Court allowed the prison to let an officer go with his brother to the Military Court with the announcement, in order to ask for the repeal. Up till now, after weeks from asking for an appeal, the Military Court didn’t set a date for the session.

Note: The military intelligence arrested Maikel Nabil many times before and threatened him because of his conscientious objection to compulsory military recruitment, because of his pacifist beliefs which prevent him from holding a weapon.
A few months ago he had been given his exemption certificate after a very wide publishing of his case nationally and internationally, after he was arrested in a kidnap style from his home.
The last time he had been arrested was by the army in 4 February 2011 while he was leaving Tahrir Square and was threatened that the next time he was going to be arrested things won’t be all right!
—-

Maikel engaged in another hunger strike starting from 23 August 2011 for these reasons:
Injustice towards him, his imprisonment, discriminating against him between and other activists who were pardoned for similar opinion cases or even more.
Maikel demands his release so that he ends his hunger strike.

We kindly need your help and support

For questions and help please contact us through e-mail and mobile phone:
free.maikel@gmail.com +20 01270395098

تم القبض على الناشط مايكل نبيل سند، وأول سجين رأى بعد ثورة 25 يناير، يوم 28 مارس، 2011 مساءا من منزله.
تم الحكم عليه

Free Maikel Nabil Sanad

http://www.freemaikel.com/

domenica 15 gennaio 2012

Asoc louv redi?

Verlan : il francese segreto dei giovani
Si sa quanto sia importante, studiando una lingua, coglierne gli aspetti che la rendono viva e in evoluzione.
Proprio a questo proposito è molto importante conoscere tutti gli aspetti di una lingua: essa va esaminata non solo come lingua che si studia a scuola, ma anche come lingua che si parla nelle strade, nei ghetti o nei gruppi esclusivi.

Per il francese il français familier e l'argot sono un esempio, ma esiste anche il verlan: la lingua segreta dei giovani francesi, originariamente nata nei sobborghi parigini alla fine degli anni 80, ma ormai diffusasi a tal punto da aver guadagnato, con alcuni termini, un posto nei dizionari più moderni.

Diversamente dall'argot, il verlan non è una lingua a sè, ma un modo per dare risalto a determinate parole, utilizzando un codice.

Il verlan è, insomma, un gioco di linguaggio che crea un codice segreto tramite l'inversione delle sillabe di una parola.

Si tratta di un fenomeno prettamente parigino, legato alla realtà delle banlieues, reso possibile dalla forte centralizzazione urbana che la Francia conosce meglio di altri paesi: Parigi ha sempre rappresentato un mito e ha dato così vita a questo misterioso linguaggio.

Ecco le tre regole principali seguite dal verlan per creare il linguaggio segreto attraverso l'inversione delle sillabe :
semplice inversione :
musique = sicmu
tomber = béton
branché = chébran

inversione e aggiunta di un nuovo suono :
seour = reusda, reusdé (reus+da)

inversione e soppressione di una vocale finale :
père = reup (reupè senza la è finale)
Risultato della "verlanizzazione" è un linguaggio in codice, segreto, fatto per essere conosciuto solo dagli iniziati: originariamente era il linguaggio usato dalle bande, dai trafficanti di droga, da coloro che non volevano essere capiti dalle autorità; poi è divenuto linguaggio dei giovani, che in questo modo tentano forse di mantenere intatta la loro identità di gruppo.

Chi legge Caldarelli? Color che sanno

Adolescente
Su te, vergine adolescente,
sta come un'ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell'attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l'imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l'oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell'occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l'amore
nel cuor dell'uomo!

Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l'animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
-- Vincenzo Cardarelli






Vedi e commenta (1)

Ps n.1

א  אַשְׁרֵי הָאִישׁ--    אֲשֶׁר לֹא הָלַךְ, בַּעֲצַת רְשָׁעִים;
וּבְדֶרֶךְ חַטָּאִים, לֹא עָמָד,    וּבְמוֹשַׁב לֵצִים, לֹא יָשָׁב.
ב  כִּי אִם בְּתוֹרַת יְהוָה, חֶפְצוֹ;    וּבְתוֹרָתוֹ יֶהְגֶּה, יוֹמָם וָלָיְלָה.
ג  וְהָיָה--    כְּעֵץ, שָׁתוּל עַל-פַּלְגֵי-מָיִם:
אֲשֶׁר פִּרְיוֹ, יִתֵּן בְּעִתּוֹ--וְעָלֵהוּ לֹא-יִבּוֹל;    וְכֹל אֲשֶׁר-יַעֲשֶׂה יַצְלִיחַ.
ד  לֹא-כֵן הָרְשָׁעִים:    כִּי אִם-כַּמֹּץ, אֲשֶׁר-תִּדְּפֶנּוּ רוּחַ.
ה  עַל-כֵּן, לֹא-יָקֻמוּ רְשָׁעִים--בַּמִּשְׁפָּט;    וְחַטָּאִים, בַּעֲדַת צַדִּיקִים.
ו  כִּי-יוֹדֵעַ יְהוָה, דֶּרֶךְ צַדִּיקִים;    וְדֶרֶךְ רְשָׁעִים תֹּאבֵד.

Per le prossime vacanze primaverili in Austria

La Strada Romantica austriaca parte da Salisburgo e arriva fino a Vienna. Il percorso è lungo ca. 380 km e unisce un’eccezionale varietà di luoghi incantevoli. Articolo di Daniele Brina.

Georg Friedrich Freiherr von Hardenberg (1772-1801), detto Novalis,
padre del Romanticismo tedesco.
"Il mondo va romanticizzato"

"Die Welt muß romantisiert werden" (il mondo va romanticizzato). Così il celeberrimo Novalis definisse, nel 1798, un nuovo spirito che aprì ad una rivoluzionaria corrente di pensiero. "Romantisieren" esprime dunque una sensazione in grado di elevare ogni cosa, persino il proprio essere. Ecco l’origine da cui prende spunto l’aggettivo "romantisch" (romantico), quello che connota molti percorsi paesaggistici sia sul territorio della Germania sia su quello dell’Austria.

Indubbiamente, rispetto alla sorella gemella tedesca, la Romantikstraße austriaca è meno conosciuta, ma unisce un’eccezionale varietà di luoghi incantevoli: castelli, laghi, musei, parchi nazionali, fiumi, roccheforti, monasteri, abbazie. Questa strada, che attraversa le tre regioni del Salisburghese, dell'Oberösterreich (Alta Austria) e della Niederösterreich (Bassa Austria), parte da Salisburgo e attraversa il Salzkammergut, lo Strudengau, il Nibelungengau e arriva fino a Vienna.

  à Sulla Strada Romantica della Germania vedi anche: La Strada Romantica
Il percorso della Strada Romantica dell'Austria



Cartina: www.romantikstrasse.at
Per una carta stradale online più dettagliata vedi: Google Maps
Il primo tratto: il Salzkammergut (da Salisburgo a Steyr)


Salisburgo
foto: Daniele Brina

Come accennato si parte da Salzburg (naturalmente il viaggio si può anche compiere a ritroso). Da qui si raggiunge il Mondsee, uno dei laghi del Salzkammergut, una zona di villeggiatura situata a soli 27 chilometri da Salzburg dove è possibile praticare qualsiasi tipo di sport (d’acqua e montano). Moltissimi eventi e manifestazioni arricchiscono l’attrattiva del luogo. Una breve virata verso sud ci conduce a St. Wolfgang, una delle perle della regione dove tranquillità di natura e spirito si fondono fornendo un pieno di benessere a 360 gradi, un’atmosfera di altri tempi che ridona serenità e pace da cui lasciarsi semplicemente inebriare.

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St. Wolfgang sul lago Wolfgangsee
foto: Wikipedia

Si scende ancora raggiungendo Bad Ischl incastonata, a mo’di pietra preziosa, tra due fiumi, Traun e Ischl appunto. Anche qui laghi e monti abbracciano la cittadina, famosa per la villa dell'imperatore Francesco Giuseppe nonché il Marmorschlössl, il castello di marmo, una delle dimore della principessa Sissi.

Bad Ischl: la villa imperiale
foto: Wikipedia

Se il tempo lo permette è altamente consigliabile effettuare la deviazione verso Hallstatt, città dichiarata patrimonio dell’umanità dell’Unesco. L’incomparabile splendore del paesaggio fa di questo luogo una cartolina a cielo aperto. Il lago, le cascate di Waldbachstrub, la miniera di salgemma più antica del mondo sono parti integranti di questo mosaico di meraviglie. Sul ritorno verso il percorso normale ci si può soffermare a Obertraun con la grande grotta ghiacciata del Dachstein, la pittoresca Traunkirchen dove spicca la chiesa barocca Maria Krönung e la città della ceramica, Gmunden.

Gmunden sul lago Traunsee
foto: Wikipedia

Dopo aver percorso circa 170 chilometri da Salisburgo si raggiunge Scharnstein, una zona prealpina incontaminata con foreste, un castello e molti sentieri dove si spalancano sublimi finestre sui dintorni. Spingendosi sempre più verso oriente e attraversando Grünau, bucolico centro circoscritto dal parco nazionale sull’Almsee, dopo circa mezzora di viaggio si giunge a Kremsmünster. Questa cittadina attorniata da colline fu centro di cultura sin dall’antichità; Kremsmünster deve la sua fama e la sua importanza soprattutto al monastero fondato nel 777 d.C. dal duca di Baviera Tassilo III donando al paese una fondamentale risorsa istruttiva ed educativa. La strada passa oltre e, superati gli incroci fluviali marcati dai fiumi Krems ed Enns, dopo una trentina di chilometri ci si presenta Steyr, anch’essa collocata fra due corsi d’acqua: Enns appunto e l’omonimo Steyr. Tra ponti e vecchie fontane imperdibile è senz’altro la piazza medievale che si compone tra edifici e antiche case abbellite da facciate affrescate, tra le quali spicca la gotica Bummerlhaus. Da un’altura troneggia il castello di Lamberg.

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Il secondo tratto: lo Strudengau e il Nibelungengau (da Grein a Melk)

Il percorso si inoltra nello Strudengau fino alle porte di Grein, poetica zona sul Danubio. Questa amena località è conosciuta per lo Stadttheater, il teatro municipale più antico di tutta l’Austria oltre all’apprezzabile roccaforte di Greinburg. A Grein vengono organizzate numerosissime manifestazioni culturali alle quali è possibile assistere in tutte le stagioni dell’anno: dal Greiner Sommerspiele al Donaufestwochen im Strudengau, dal Greiner Dilettantengesellschaft al Weihnachtsmarkt invernale.

La roccaforte di Greinburg
foto: Wikipedia

Poi lo sfondo cambia: si entra nel Nibelungengau. In questa regione, viene così denominata poiché nel suo territorio (così racconta l’opera dei Nibelunghi) sarebbe vissuto Rüdiger von Bechelaren, uno dei personaggi della celebre saga. Qui il Danubio scorre ai piedi del monte Taferlberg e si iniziano a scorgere le alture viennesi. Il paesaggio delle prealpi ci accompagna fino a Maria Taferl, nota località di pellegrinaggio, per poi continuare in direzione di Schallaburg e del suo favoloso castello. Gli ornamenti e le decorazioni di quest’opera architettonica, oggi centro culturale del Land, testimoniano l’amore per l’arte che permea ogni angolo dell’ Austria.

L'abbazia di Melk
foto: Wikipedia

A poca distanza sorge la popolare abbazia benedettina di Melk fondata dal 1089 dal Leopoldo II e da sempre importante centro spirituale e culturale. Manoscritti preziosi furono prodotti e raccolti nella biblioteca dell’edificio. Dopo un lungo restauro alcune sale di questo grande complesso monastico ospitano la mostra abbaziale più moderna in Austria.

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Ultima tappa: Vienna


Vienna: il castello imperiale di Schönbrunn
foto: Wolfgang Pruscha

Infine ultima tappa, l’imperiale Vienna, la vecchia metropoli in continuo e vitale rinnovamento che ha prolificato sulle rive di una delle arterie fluviali più grandi e famose d’Europa.

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La Romantikstraße: un concerto di sensazioni, colori, sapori e panorami

La Romantikstraße austriaca permette a chiunque di godersi svariati luoghi romantici ognuno con un suo fascino particolare, ma tutti in grado di conquistare il cuore dei visitatori. Si torna così ad ascoltare la voce del paesaggio, ad osservare le praterie colorate, gli orti, i frutteti, i pittoreschi vigneti, i boschi di conifere, gli imponenti monasteri, le cappelle barocche, le dolci e signorili piazze cittadine dense di storia, le festose manifestazioni tradizionali, i laghi cristallini, i luoghi per rilassarsi, per meditare oltre ovviamente agli emozionanti scenari alpini. La natura, nella Romantikstraße, offre senza dubbio il suo spettacolo migliore, ma è sicuramente l’insieme e l’unione ben amalgamata di tutte queste componenti a generare un sublime concerto di sensazioni, colori, sapori, panorami.

testo: Daniele Brina
Altre pagine di Daniele Brina in questo sito

Can or may? Problemi da prima media, ma in Inghilterra ancora un problema,per quanto grammaticale

Dal Daily Telegraph
The language horrors that upset Kingsley Amis – and me
By Allan Massie Literature Last updated: December 23rd, 2011


Sir Kingsley Amis at his desk In London (Photo: Rex Features)
“Westminster could hand Holyrood the legal power to run a Scottish referendum, the BBC has learned.” Most of us knew that already. So either the BBC is a slow learner or the writer of this sentence is careless or ignorant.
“Can” and “could” refer to ability. So of course Parliament can pass an Act granting the Scottish Parliament this legal power. Parliament can pass any Act it chooses. The question is whether it will pass this particular Act; it may do so or it may not.
Most of us in the writing trade are annoyed by some particular misuses of language, even though we may sometimes write carelessly ourselves. The use of “could” instead of “may” or “might” doesn’t quite have me frothing at the lips, but it certainly irritates. I am happy to note it had the same effect on Kingsley Amis. In The King’s English, he wrote: “Journalists have taken to saying things like, ‘This climbdown could signal a further Tory defeat,’ perhaps out of a lubberly sense of caution. I want to shriek, ‘Of course it could! Just as it could signal Balls to Mr Banglestein! Might, you numskull, might!’ But I seldom do.”
Less restrained myself, I might well. Then I pause to wonder whether Kingsley should have said “may”, not “might”. Confusion reigns easily here too. ”May” is used in two ways: to grant permission: “Certainly you may leave the room” and to indicate possibility. “Might" is, I think, restricted to possibility, usually but not always in the past; one may after all say, “it might rain tomorrow". If, however, I write, “Pieterson may have gone on to score a century if he hadn’t been bowled just before tea,” anyone can see that this is wrong, and that I should have written “might”.
The example Kingsley Amis gave in his note makes it even clearer. “If Napoleon had been at his best on the day of Waterloo, the result of the battle may have been different.” This suggests that we don’t know who won and who lost. But of course we do. “May” should be “might" here.
He says that his entry on “may” and “might” “would not have been needed till quite recently, but writers in the public prints seem never to tire in their quest for new illiteracies.” I am not so sure. Uncertainty as to the correct use of “may” and “might” has, I think, long been common. But perhaps I’m wrong. Fowler has no entry for “may” or “might” in his Modern English Usage.
The widespread misuse of “could” instead of “may” is an abomination. Here are two sentences to bear in mind if you are ever in doubt. "David Cameron and George Osborne could dance the can-can at the Downing Street Christmas Party”; this is an uninteresting statement since, while they could do so, we may be sure they won’t. “David Cameron and George Osborne may dance the can-can at the Downing Street Christmas Party.” Now there’s a thought, and something that might be fun

Idea per una gita domenicale per friulani,bisiachi e triestini

La via Fabiani

Indirizzo: Štanjel 42b 6222 Štanjel
Telefono: ++386 5 769 00 56, ++386 41 383 986
e-mail: tic.stanjel@komen.si
http://www.kras-carso.com
 
La via Fabiani   
Max Fabiani fu una delle personalità più illustri espresse dal Carso negli ultimi due secoli. Architetto inovatore, urbanista, docente universitario, dedito alle attività techniche umaniche ed artistiche, nacque a Kodbilj (Cobidil) nel 1865 dove tuttora esiste la sua casa natia. Il centro principale delle sua attività fu la Vienna degli ultimi decenni dell'impero degli Asburgo, ma egli fu anche l'urbanista di Lubiana, di Bielsko-Biala in Polonia, di Gorizia, dell'Isontino, della Valle di Vipacco e della Bassa Friuliana. I suoi edifici sono a Vienna, Abbazia, Lubiana, Trieste, Graz, Roma, Bielsko, Londra, Salisburgo, Bolzano e un po'in tutto il Carso. Fu egli a risvegliare l'antica idea della via d'acqua tre l'Adriatico e il Danubio, ripresa nel 1975 dal tratatto di Osimo tra l'Italia e la Jugoslavia.
 
Fabiani nacque in una terra dove da secoli si fronteggiano il mondo slavo, quello italiano e quello germanico con le loro peculiari aspirazioni, ma anche con le loro culture, per incontrarsi ed arrichirsi e per scontrarsi tavolta. Di famiglia mista, trilingue (tedesco, sloveno, italiano) dalla nascita, egli riuscì a ricuperare il trentennio tra le due grandi guerre del ventesimo secolo intervallate dal fascismo, quando decise di dedicarsi stabilmente alla sua »piccola patria«. Max Fabiani fu certamente il prototipo dell'Europeo del futuro: se cosi non fosse non ci sarebbero tre nazioni Slovenia, Austria e Italia – a lodare la sua opera ed a considerarlo come uno di loro.
 
Queste considerazioni stanno alla base della decisione del Comune di Komen (Comeno), e dalle comunita rurali di Štanjel (San Daniele) e di Kobdil (Cobidil) di ripristinare con la consulenza della Fondazione Max Fabiani le vie che collegano le due località e dì trasfomarle in gradevoli passegiate panoramiche, in parte costruite e in parte riordinate negli anni venti e trenta del XX. Secolo dall'architetto, poi Podestà, Fabiani. Queste passegiate permettono al visitatore di apprezzare la maggior parte delle opere di migloria con le quali lo splendido Štanjel (San Daniele) e il raccolto Kobdilj (Cobidil) avrebbero dovuto trasmeterre alle future generazioni il messagio di continuità.
 
Il ripristino portato a termine nel mese aprile del 2001 fu realizzato con l'aiuto dell'Unione Europea, nell'ambito del PHARE PROGRAMMI PER LA COLLABORAZIONE TRANSFRONTALIERA TRA LA SLOVENIA E L'ITALIA FONDO PER I PROGRAMMI MINORI.
 
La via Fabiani consiste nel collegamento tra le varie passegiate preesistenti. Il visitatore puo scegliere il percorso in base al tempo disponibile. Ad esempio, partendo dal parcheggio di Štanjel (San Daniele) la passegiata sulla panoramica attorno alla collina e la visita del giardino Ferrari richiede circa 30 minuti, la via nel bosco a metà costa tra la torre di Kobdilj (Cobidil) e Kodbilj (Cobidil) di sotto e il cimitero militare austro-ungarico occorono circa 90 minuti. I tempi indicati non contemplano le fermata nei punti panoramici dotati di panchine. Tuttavia solo percorrendo vari rami della via si potrà apprezzare appieno le bellezze naturali e comprendere sia l'antica cultura dei luoghi, che l'amore di Max Fabiani per il suo louogo natio. E per fare cio occore ritornare ed eventualmente lasciare la macchina nel parcheggio di Kodbilj (Cobidil).
 
Il podesta Fabiani era un gran caminatore: tra l'altro ogni mattina dal 1935 al 44 andava a piedi da villa Max di Kobdilj (Cobidil) all'ufficio nel castello di Štanjel (San Daniele). Nel pomeriggi ritornava a casa. Scrisse:
 
 Come rinato torno dal mattutino giro
 
al lavoro il suo scarso frutto stanca,
 
ma il pensiero volge all'Avo che volle i boschi
 
e alle virtu della madre
 
ed ai patri programmi;
 
e insister diventa il diletto maggiore
 
di altro inganno a vago amore.
 

Visite
individuali, guidate 
Pagamento
solo contanti 

Curatore : Občina Komen | ++386 5 769 00 56 | tic.stanjel@komen.si

Consigli anti-sprechi per chi non ha mai sprecato (gli atri continueranno a sprecare).

Il prof antisprechi consuma gli yogurt scaduti da 4 mesi
Andrea Segrè: "Lo sperpero è diventato il valore aggiunto del mercato. Siamo in crisi perché non diamo più peso a nulla. Basta, abbiamo superato il limite"
di Stefano Lorenzetto - 15 gennaio 2012, 11:34
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Volendo prepararmi spiritualmente all’incontro con Andrea Segrè, qualche sera prima d’incontrarlo ho consumato 80 grammi di alici in salsa piccante Rizzoli, quelle con i tre gnomi sulla scatoletta, che erano scadute il 28 settembre 2011. Squisite. «Anch’io, da sei anni preside di Agraria all’Università di Bologna, sono scaduto. Per la precisione il 31 ottobre scorso», se la ride il professore a fine mandato.
Ingrandisci immagineCon le scadenze Segrè ha un conto in sospeso da quando, come economista, ha capito che le diciture «Da consumarsi entro» e «Da consumarsi preferibilmente entro» sono una iattura per il mercato, espedienti commerciali inventati unicamente allo scopo di garantire la rotazione delle merci sugli scaffali, e, come agronomo, ha scoperto di poter mangiare tranquillamente vasetti di yogurt scaduti da 4 mesi e pacchi di spaghetti stagionati da 6. Ora si sta preparando a un’impresa che riteneva impossibile: l’invecchiamento del tonno in scatola. «Mi ha scritto un signore garantendomi che lui lo mangia passati cinque anni dal termine ultimo per il consumo e che è buonissimo perché così si frolla. Ho messo da parte anch’io un po’ di scatolette. Sono proprio curioso di assaggiarlo».
Non si tratta di spericolatezza fine a se stessa. Il docente bolognese si è servito del suo palato, nonché della sua capacità di analisi e di ricerca, per individuare le falle nella grande distribuzione. Dopodiché ha creato Last minute market, una società spin-off dell’Università di Bologna, allo scopo di recuperare i prodotti alimentari invenduti che i supermercati ritirano dal commercio. Li dirotta dall’inceneritore alle mense degli enti caritativi in tempo utile per il consumo, prima che scadano. Da Torino a Ferrara, da Verona a Cagliari, sono ormai 43 le città che hanno aderito al progetto. Applicandolo su scala nazionale, l’Italia risparmierebbe 12 miliardi di euro l’anno, l’equivalente dei tagli contenuti nella manovra Monti. Vale a dire che Segrè, senza far scorrere né lacrime né sangue, è diventato il profeta della sobrietà, quella vera, e un paladino della battaglia contro gli sperperi. È lui il promotore della campagna Un anno contro lo spreco patrocinata dalla Ue con un obiettivo ogni volta diverso: nel 2010 era il cibo, nel 2011 è stata l’acqua, nel 2012 sarà l’energia. E giovedì prossimo, 19 gennaio, il Parlamento europeo approverà una risoluzione, di cui è stato l’ispiratore, contro lo spreco alimentare.
Il professore ha avuto parecchie occasioni per allenarsi il palato. Prima della caduta del Muro di Berlino ha infatti studiato i sistemi economico-agricoli nei Paesi comunisti e compiuto numerose missioni sul campo - è il caso di dirlo - in Unione Sovietica, in Albania e in altre aree rurali dei Balcani, dove la fame non bada al calendario, trattandosi di un’esperienza che da quelle parti è di stretta attualità tutti gli anni. «Diciamo che ero diventato la mascotte d’un gruppo di agrosovietologi foraggiati dalla Cia, quasi tutti scienziati dissidenti scappati dall’Est, in particolare dalla Ddr, e rifugiatisi negli Stati Uniti». Al loro fianco, fresco di laurea, era il più giovane delegato italiano presso l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi. Dopodiché ha lavorato per la Banca mondiale, per la Fao e per la Commissione europea.
Segrè, nato a Trieste nel 1961, sposato, tre figli di 15, 13 e 5 anni, scelse di frequentare Agraria a Bologna «perché questa facoltà nella mia città non c’era, e io volevo andarmene», confessa. È andato molto al di là dell’obiettivo iniziale: master in Francia e dottorato alla Cornell University negli Usa. Ha preso sia dal padre Guido, imprenditore, che dalla madre Marina, figlia dello statistico Pierpaolo Luzzatto Fegiz, fondatore della Doxa, e sorella di Mario, critico musicale del Corriere della Sera. Invece la curiosità per le condizioni di vita oltrecortina gli è venuta frequentando la nonna materna, Ivetta Tarabocchia Martinolich. Originaria di Lussinpiccolo, discendeva da un’antica famiglia di capitani de mar e armatori nata con la Serenissima, prosperata con l’impero austroungarico, passata sotto il Regno d’Italia e infine fuggita dai titini. Nella propria villa di Trieste ospitava lo scrittore James Joyce, allora sconosciuto e squattrinato, perché desse lezioni d’inglese a una cognata.
Che c’entrano gli sprechi con l’Est europeo, dov’è sempre mancato il necessario?
«Sono stato consigliere del ministro dell’Agricoltura albanese, quindi ho visto come funziona. La Banca mondiale dona 100 milioni di dollari per sviluppare l’irrigazione in Albania? Il 65 per cento di questa somma se ne va in consulenze. Mettiamo che i principali sostenitori del progetto siano Regno Unito e Olanda. Da dove vengono secondo lei i consulenti?».
Dal Regno Unito e dall’Olanda?
«Esatto. E dove spendono il rimanente 35 per cento del finanziamento? Non certo in Albania, dove non c’è nulla da acquistare. Compreranno pompe idrauliche, tubature e tecnologia varia nel Regno Unito e in Olanda. Se fossero italiani, in Italia. E dove impiegheranno i ricchi stipendi che guadagnano? Nei loro Paesi d’origine, ovvio. Risultato: il 100 per cento di ciò che i governi versano alla Banca mondiale ritorna indietro ai singoli Stati donatori nella misura del 103, 104, 105 per cento. Tutte queste cose le ho scritte in un libro, I signori della transizione, che prendeva di mira gli sperperi della cooperazione internazionale. Appena è uscito, nel 1999, l’Ocse e la Fao hanno smesso di chiamarmi».
E lei s’è messo a studiare gli sprechi di casa nostra.
«Sono andato in un ipermercato e ho chiesto al direttore del reparto ortofrutta, che aveva dato la tesi di laurea con me, di mostrarmi che cosa accadeva dietro le quinte. Yogurt ritirati dai banconi con tre giorni di anticipo sulla scadenza. Cachi scartati perché, sui quattro contenuti nel vassoio, uno era diventato marron. Confezioni di pasta ammaccate. Finiva tutto nel container del rusco, come diciamo a Bologna. Il tasso di ricambio delle merci è direttamente proporzionale alla produzione di spazzatura. Ma lo smaltimento dei rifiuti ha costi elevati, a cominciare dal trasporto, che il rivenditore mette in conto a noi. Incenerirli inquina. E badi bene che gli spreconi siamo io e lei, non i supermarket, per i quali l’invenduto rappresenta meno dell’1 per cento del fatturato».
Gli italiani sono così spreconi?
«Non più di altri. Il fenomeno è planetario. Dal 30 al 50 per cento di ciò che la catena agroalimentare produce sulla Terra va perso. Tradotto in calorie, darebbe di che vivere a 3 miliardi d’individui. Tenga conto che le persone malnutrite nel mondo sono 2 miliardi. In Italia vengono gettati via ogni anno 20 milioni di tonnellate di alimenti, che potrebbero sfamare 44 milioni di persone per 12 mesi. Non parliamo degli sprechi in agricoltura. Nel 2010 abbiamo lasciato marcire nei campi 14 milioni di tonnellate di ortofrutta, o perché non aveva il calibro adatto, o perché il mercato non la richiedeva, o perché avrebbe dato una remunerazione troppo bassa all’agricoltore, o perché frutta e ortaggi di provenienza estera erano più convenienti. Sa quanta acqua abbiamo sprecato per produrre questo bendidio che poi non abbiamo neppure raccolto? Il calcolo è virtuale, ovviamente: 12,6 miliardi di metri cubi. Un decimo del mare Adriatico».
Dal 1974 gli sprechi alimentari sono cresciuti nel mondo del 50 per cento e il trend negativo s’aggrava. Perché?
«Perché questa economia in crisi è costruita sul debito. Noi dobbiamo comperare, comperare, comperare, indebitandoci, altrimenti il sistema non cresce, si ferma. Quindi c’è un’accumulazione di merci.
Lo spreco è diventato il valore aggiunto del mercato. È costruito sullo spreco, il mercato. Siamo in crisi perché non diamo più valore a niente. È venuto il momento di dire basta. Abbiamo superato il limite».
Adesso sembra Savonarola.
«Sto parlando da economista. Il mio obiettivo non è recuperare l’avanzo del ricco per donarlo al povero. Ridurre gli sprechi vuol dire riparare a un fallimento del mercato».
In pratica come si fa?
«Intanto funziona solo dove si crea lo spreco. Se ci sono di mezzo anche solo 15 chilometri, non è più vantaggioso. Gli alimenti devono offrire garanzie igienico-sanitarie, quindi prossimi alla scadenza però mai scaduti. È una catena all’inverso, un chilometro zero dello spreco».
La convenienza per il supermercato qual è, a parte il risparmio delle spese di smaltimento?
«Ha detto niente. Il primo a sperimentare il sistema fu il Leclerc-Conad, a tre chilometri da questo ateneo: 170 tonnellate di cibo che nel 2003 hanno sfamato ogni giorno circa 400 persone e un numero imprecisato di animali. Vale a dire 17 Tir che non sono finiti in discarica. L’anno scorso dallo stesso ipermercato abbiamo recuperato solo 80 tonnellate. Significa che la direzione è riuscita a ridurre lo spreco perché ha capito dove sbagliava. Tenga conto che può esserci un caporeparto che fa il furbo e butta via tanta roba per lucrare un premio di produzione più alto sul venduto: ogni scarto, infatti, esce dal budget. E poi il supermercato recupera l’Iva sulla merce regalata, che finisce nel bilancio sociale».
E quando avviene questo miracolo?
«Ogni giorno. È un sistema che si autogestisce a patto che funzioni come un orologio svizzero. Alle 10 il descafalatore, si chiama così, toglie dalle corsie del Leclerc-Conad gli yogurt che scadono fra tre giorni e li porta in un locale refrigerato. Alle 10.20 arriva Luigi, dipendente della cooperativa sociale La Rupe, ubicata a 750 metri di distanza, che se li porta via gratis: verranno consumati dagli ex tossicomani e alcolisti ospiti della comunità di recupero. Luigi va anche due volte al giorno negli ospedali Maggiore e Sant’Orsola. Ritira i pasti non consumati, dai 60 ai 90 al giorno sui 5.000 che vengono preparati, perché purtroppo ci sono anche pazienti che non hanno fame o, peggio, che non arrivano a consumarli. Alle 10.50 si presenta all’ipermercato don Giovanni Nicolini, parroco di Sant’Antonio da Padova alla Dozza, un discepolo di Giuseppe Dossetti che è stato direttore della Caritas diocesana e assiste le ex carcerate. Mi telefona un po’ contrariato: “Come mai non c’è più roba?”. E io non ho mai il coraggio di dirgli che quello è esattamente il mio obiettivo».
Affamare le ex carcerate?
«Lo spreco zero. La nostra frontiera. L’articolo 1 dello statuto punta all’autodistruzione di Last minute market: eliminare la sua ragion d’essere».
Da che anno esistono le scadenze sui cibi?
«Da quando è cominciata la dittatura dell’Haccp, il metodo di autocontrollo igienico inventato dalla Nasa americana per proteggere gli astronauti da contaminazioni di origine alimentare che avrebbero potuto mettere a repentaglio le missioni spaziali».
Prima d’allora come ci si regolava?
«Col buonsenso. Bastava osservare e annusare. Io mi regolo ancora così. Guardo il coperchio degli yogurt conservati in frigo: finché non si gonfia, sono commestibili. Ho fatto compiere analisi in proposito: a mano a mano che passano le settimane, c’è solo un lento decadimento del Lactobacillus bulgaricus e un aumento dell’acidità, che del resto è la caratteristica tipica dello yogurt. Niente comunque di pericoloso per la salute».
Che altro ha testato?
«Pane, biscotti, scatolette, formaggi. Sono rimasto al Decalogo dei lussignani, un manifesto ottocentesco contro lo spreco che mi è stato tramandato da mia madre: no’ sta’ viziar i fioi; nel vestir e nel magnar, l’utile ma non el superfluo; i fioi devi finir quel che se meti nei piati; in casa no’ se ga mai niente de butar via. Mi faccio la barba ogni due o tre giorni. Riposo la pelle e risparmio sulla bolletta idrica. Ma non sono un talebano. Anche se non dimentico che per produrre una bistecca da 300 grammi servono 4.000 litri d’acqua».
Così finirà come Fulco Pratesi, il fondatore del Wwf che non tira lo sciacquone e fa la doccia solo il sabato.
«Peggio per lui. Non vorrei stargli vicino».
Con quale spirito bisogna entrare in un supermercato?
«Vigile. Basta attenersi alla lista della spesa. E avere ben presente la legge fissata dall’economista tedesco Ernst Engel, il quale già nell’Ottocento aveva scoperto che l’incidenza della spesa per l’alimentazione tanto più diminuisce quanto più aumenta il reddito di una popolazione. Dovremmo ricordarci d’essere in Italia, dove su 100 euro ne destiniamo al mangiare dai 15 ai 18. Non siamo nel Burkina Faso, dove il 90 per cento delle entrate se ne va in cibo perché non hanno nient’altro».
C’è tanto spreco, eppure l’Italia fino a 15 anni fa era al primo posto in Europa per il risparmio. Com’è che da formiche siamo diventati cicale?
«Siamo passati dall’economia di guerra all’economia dell’accumulo. Altro che accumulazione primaria di Karl Marx: qui si è arrivati a quella secondaria e terziaria. Ci riempiamo di cose che non servono. Io accarezzo il frigo, quando torno a casa, dico sul serio. È una parte importante della mia vita. A patto di non riempirlo troppo».

sabato 14 gennaio 2012

I giornalisti italiani di un certo diffuso tipo

Dal blog Camillo di Christian Rocca

I marines (e i giornali) la fanno fuori dal vaso
12 gennaio 2012

Un video mostra alcuni deficienti in uniforme, inviati da un presidente americano in un teatro di guerra, impegnati a urinare sui cadaveri dei talebani appena uccisi, così come nel 2004 quegli altri deficienti mandati da un altro presidente americano si facevano fotografare mentre umiliavano i detenuti di Abu Ghraib.
Nel secondo caso è crollato il mondo sull'incolpevole presidente americano.
Nel primo caso, invece, l'altrettanto incolpevole presidente americano non viene nemmeno citato e nessuno dei giornalisti indignati chiede di processarlo per crimini di guerra all'Aja o anche solo a Ballarò.
Indovinare perché.

Sarasate l'ha scritta e Karmen la esegue: ascoltare e vedere per credere

Volete 8 minuti di musica tipo zigana/boema ma in verità scritta da uno spagnolo ed eseguita splen-di-da-men-te da una straordinaria violoncellista credo croata?
Guarda questo video su YouTube:

http://www.youtube.com/watch?v=0xzYr_C7ty4&feature=youtube_gdata_player

Che belli i centri commerciali!

Un articolo di Tiziana Carpinelli dal "Piccolo"
GORIZIA Solo l’occhio attento lo nota. Tra le corsie a impilare rigatoni e bottiglie tra gli scaffali. Oppure in cassa, a battere scontrini. Perché lui, il precario della grande distribuzione mica lavora a turni regolari. Non ha l’opportunità di diventare, per il cliente, un volto familiare. Perché una volta macina 8 ore di domenica, per dar fiato al commesso part-time che è stato assunto a tempo indeterminato (il turno pieno è merce rara in questa selva di contratti), la settimana seguente ne fa 4 di sabato. E si busca pure due ore infrasettimanali di apertura e due di chiusura nella stessa giornata, così non riesce a seguire neppure uno dei tanti corsi formativi promossi dagli enti pubblici.
È l’altra faccia del luccicante mondo della Grande distribuzione organizzata (Gdo), in provincia di Gorizia. Dove fra supermercati, ipermercati e discount, la superficie commerciale è cresciuta così intensamente negli ultimi anni (145mila metri quadrati nell’Isontino, dove risiedono 142mila 400 abitanti) che l’offerta ha quasi finito per superare la domanda. Una faccia deprimente, sia capisce, dove si arriva perfino ad assumere un lavoratore col voucher, camuffando come occasionale una prestazione quale quella di scaricare la merce dai camion che, in realtà, viene svolta con regolarità, almeno per un certo periodo e fino alla soglia massima di 5mila euro annui. L’anomalo impiego di questo strumento, che non assicura al lavoratore né maternità o malattia, né disoccupazione o assegni familiari, è di recente finito nel mirino degli ispettori dell’Inps che, a quanto pare, hanno avviato accertamenti in un ipermercato della provincia. Ma si tratta solo dell’esempio più macroscopico di una situazione che, la segreteria di Gorizia della Filcams-Cgil, non esita a definire allarmante. Il contratto più diffuso è quello, pure a tempo indeterminato, del part-time ma col correttivo di una flessibilità spinta (pagata sotto forma di indennità mensile di 10 euro lordi al mese), che di fatto rende il dipendente alla mercé dell’azienda. Azienda che comunica i diversi turni settimanali solo il venerdì precedente e distribuisce i lavoratori 7 giorni su 7, rafforzando l’organico in particolare nel week-end, quando l’afflusso di clienti è maggiore. Se la formula può andar bene a chi ha vent’anni, diversamente avviene per madri o padri di famiglia, che invece hanno bisogno di stipendi più consistenti rispetto ai medi 600 euro netti al mese (per 20-24 ore alla settimana) previsti per la categoria ed elemosinano la possibilità di fare ore in più, assecondando ogni richiesta del datore. Chi si trova in questa situazione è comunque fortunato, perché almeno ha il lavoro garantito, pur sacrificando la vita familiare. Poi ci sono tutti gli altri, e tutte le altre forme di contratto. Con meno diritti e tutele. «Ho visto lavoratori andare avanti a psicofarmaci per la situazione stressante cui erano sottoposti a causa della stipula di documenti – spiega Ilaria Costantini della segreteria provinciale Filcams-Cgil – di cui non avevano compreso del tutto le clausole». Il caso è quello di una giovane che era stata assunta con contratto di associazione in partecipazione, una «modalità diffusa soprattutto nei piccoli negozi monomarca delle gallerie dei centri commerciali, con alle spalle un marchio noto». In pratica funziona così – chiarisce -: la paga dell’associata in partecipazione, cioè la commessa, dovrebbe avvenire per contratto a consuntivo di bilancio: a fine anno la catena ripartisce gli utili tra gli associati e se è andata bene la lavoratrice percepisce quanto le è dovuto, altrimenti il rischio, come ci è capitato di osservare, è che il lavoratore debba coprire la sua parte della perdita, chiaramente in termini di retribuzione. Non solo: può essere minacciata, come è accaduto, di dover restituire gli stipendi percepiti. Questo perché i pagamenti in realtà non avvengono a consuntivo di bilancio, ma attraverso degli anticipi mensili sugli utili, ovvero quote fisse di compenso del valore di una paga base da commessa.
Se il brand ha avuto un’annata difficile, basta ventilare la possibilità di richiedere indietro una parte della retribuzione e, nel 99% dei casi, il dipendente terrorizzato molla il lavoro, così la catena si è facilmente sbarazzata di una persona».

mercoledì 4 gennaio 2012

Buon Anno!

E così anch'io ho il blog.  Per ora un buon anno a tutti con questa prima foto scattata in uno splendido primo giorno di gennaio.